Quando l’Inferno scese sulla Terra - Non aprite più quella porta!
 
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Quando l’Inferno scese sulla Terra

Non aprite più quella porta!

La sterminata distesa di tombeCi sono luoghi dai quali esci totalmente diverso una volta che vi sei entrato. Possono essere carichi di eventi positivi oppure indiscutibilmente drammatici. Proprio questi ultimi attuano una sorta di cambiamento in ognuno di noi. E’ quando vedi la malvagità più oscura dell’uomo che ti rendi conto di come la memoria e il ricordo delle atrocità passate non possono che essere un monito fondamentale affinché tutto ciò non si ripeta mai più.

Terezìn, campo di concentramento nazista a 60 km da Praga, è uno di questi luoghi. Prima di varcare il suo ingresso è impossibile non notare la sterminata distesa di tombe dove giacciono uomini e donne di religione cattolica ed ebraica. Entrambe le fedi sono rappresentate da una grande croce cristiana e una stella di David. Qui, proprio prima di entrare, inizia il brivido, il silenzio, la preghiera. Passare dal mondo che conosciamo tutti a questo è come attraversare una nuova dimensione, tornare indietro nel tempo, qui, dove l’Inferno è arrivato sulla Terra.

Ecco sull’ingresso la scritta “Arbeit macht frei” (“Il lavoro rende liberi”). Se Dante nel suo Inferno ci dice chiaramente “Lasciate ogne speranza, o voi ch’intrate”, qui la propaganda di un meraviglioso campo di lavoro doveva dissimulare ogni tipo di crudeltà. Questo campo, scenario di film propagandistici, Il varco della speranzaeutopia per eccellenza, donava infide speranze.

Emblematica è la storia di tre prigionieri che un giorno decisero di evadere per tornare finalmente a vivere. Uno di loro era un cuoco e il giorno della vigilia di Natale portò così tanto vino agli ufficiali tedeschi che finirono per ubriacarsi. Approfittando del momento di stordimento, i tre si incontrarono in un punto strategico dove l’evasione era possibile. Il cuoco portò dei gradini per oltrepassare il muro ma accortosi che erano troppo bassi, si rese conto che sarebbero potuti evadere solamente in due poiché per scavalcare era necessario salire ognuno sulle spalle dell’altro. Il cuoco si sacrificò a favore degli amici per l’errore di misura che aveva commesso. Fu fucilato il giorno dopo. A distanza di 60 anni, un uomo rimase una giornata intera di fronte a questo muraglione. Una guardia, dovendo chiudere, chiese spiegazioni all’uomo ed egli rispose “Mancava così poco alla salvezza del mio caro papà”.

Le condizioni di vita? Non esiste parola per descrivere la disumanità. È paradossale immaginarlo ma lì le persone non erano persone. I letti, se così si possono chiamare, erano scomparti di legno privi di materassi. In stanze con piccole finestre erano addossati più di 100 prigionieri, ognuno con la sua tazza di acqua tiepida, ognuno con la sua tenue lusinga di sopravvivenza. Quest’ultima parola non è usata casualmente ma per mettere in evidenza che “vivere” e “sopravvivere” sono termini agli antipodi. Se nel primo caso godi delle bellezze della vita, nel secondo la morte è costantemente ad un passo da te.

Una storia che fa riflettere perché molte famiglie furono spezzate, distrutte, ridotte alla fame in nome di cosa? Di un falso mito di superiorità della razza? Vivere tale luogo non induce solo a compatire queste persone ma aiuta a prendere coscienza che certi errori del passato non devono mai più ripetersi. Fondamentale diviene il rispetto verso ogni essere umano a dispetto di qualsiasi differenza sociale, etnica o religiosa. La disumanità è sempre alla porta e tu non devi aprirla mai più quella porta.


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