Intervista doppia a Sbrama e Ema Jons - I due muralisti co-protagonisti di Borgo Universo
 
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Intervista doppia a Sbrama e Ema Jons

I due muralisti co-protagonisti di Borgo Universo

Quattro scarpe nere completamente ricoperte di schizzi di bianco e delle più svariate sfumature di colore: sono le scarpe di due artisti che fanno vivere i muri, grazie al loro talento, ma soprattutto grazie alla loro collaborazione e sintonia. Quattro mani che impugnano pennelli e lasciano le loro tracce nelle strade. Due menti ricche di idee che danno vita ad un “terzo disegnatore”.
Si tratta dei muralisti Sbrama e Ema Jons, che ho avuto la fortuna e  l’onore di conoscere ed intervistare ad Aielli, in occasione della realizzazione della grande opera che sta richiamando l’attenzione dell’intero Paese: la trascrizione dell’intero libro “Fontamara” su un muro.  

Lavorate sempre insieme ai murales?
Ema Jons: No, non lavoriamo sempre insieme, lavoriamo a volte singolarmente, a volte insieme.. Ci sono quei murales dei quali facciamo ognuno una parte, quelli che progettiamo e lavoriamo insieme ad un’unica cosa.
Sbrama: La maggior parte delle volte sì ultimamente, però capita anche che lui faccia i suoi pezzi e io faccia i miei.

Circa due anni fa avete cominciato a lavorare insieme: come mai avete scelto questa forma d’arte?
Ema Jons: Perché è più divertente, perché è legata al fatto di vivere i luoghi, di stare fuori, di avere la possibilità di mettere un’immagine pittorica, un disegno davanti alla gente, anche subendone le critiche: è più interessante di metterla in un contesto che è già stabilito … questo vale anche per le parole. È stata una scelta ponderata, non è che da un giorno all’altro abbiamo deciso di metterci a far murales, è tutto un percorso iniziato con i graffiti e poi sono finito a fare disegni. Però per me fare murales è sempre fare graffiti, non è che tutti i murales sono murales e tutti i graffiti sono graffiti. Penso che ci sia una differenza ma non la so: almeno se esistono le parole, io non le so usare.
Sbrama: Ema già ci lavorava da un bel po’, io ho fatto poche cose prima di iniziare in modo più costante e produttivo anche con lui, ma sono sempre stata in un ambiente di gente che usava questo mezzo per esprimersi, quindi è una cosa che ho sempre guardato anche con occhio critico. Come mai? Secondo me è un modo diverso di fare le cose: non fai un disegno, fai comunque un dipinto sul muro, che può essere uno spazio pubblico o spesso lo è, se parliamo di arte in strada. Per me personalmente è stata una conseguenza del fatto che tre/quattro anni fa mi sono proprio resa conto in modo chiaro che mi piace molto stare in strada, viverla, passeggiare, incontrare gente e interagire con essa. E questo stare in strada è forte come cosa.

Per la prima volta, quest’anno siete venuti ad Aielli per fare un murale. Me lo potresti raccontare?
Ema Jons: Non penso di potertelo raccontare: è come se ti chiedessi di ballare leggendoti un libro. È una roba che si guarda, se te lo racconto io, lo svuoto. Ti potrei dire che abbiamo lavorato su due parti, mettendoci d’accordo su come farle interagire e che abbiamo provato a seguire un po’ il tema dell’astronomia, degli astri, di “Borgo Universo”.
Sbrama: Per come la penso io, raccontare il disegno è difficile, se non impossibile: potrei descrivertelo ma non avrebbe senso, raccontare cosa significa neanche, perché sono convinta del fatto che ognuno si fa il suo significato guardandolo. Semmai ti posso raccontare come lo abbiamo pensato. Visto che il festival aveva come tematica l’universo e le stelle, abbiamo pensato allo sguardo : come guardiamo il cielo o come potremmo guardarlo attraverso un telescopio, cioè la sensazione di guardare qualcosa che nasconda un segreto e quindi spiarla attraverso un telescopio. È come quando spii una lezione di danza, di tango (perché mi è davvero capitato di spiare una lezione di tango): una cosa magica che però non puoi toccare, a cui non puoi partecipare, che riguarda un’altra sfera che non è quella che conosci, e soprattutto senza che nessuno sappia che la stai guardando. E quindi questo era il punto di partenza, poi abbiamo parlato anche con l’astronomo che ci ha confermato una certa poesia nello sguardo quando si guardano le stelle, come quando si guarda un’opera teatrale.

In un angolo ho notato che ci sono due omini stilizzati: è una specie di firma?
Ema Jons: Ah brava, è una specie di firma ma non è una firma, giusto? Macina, macina dai, provaci. Forse il fatto che sono stilizzati non dà l’idea dell’identità di chi lo ha fatto, sono state due persone insieme ma non si hanno altri dettagli. Brava, però in realtà quei due omini lì sono un richiamo a un particolare di un quadro di Erich Heckel che faceva parte del movimento di “Die Brücke”, il ponte, i primi espressionisti tedeschi e siccome ci è piaciuto quel quadro lì stiamo utilizzando sempre quella specie di immaginetta nascosta nei nostri disegni, perché alla fine quando disegniamo insieme, ci ha detto un nostro amico, è come se venisse fuori un terzo disegnatore e poi per il rimando a questo gruppo qui che secondo me ha spaccato tutto.
Sbrama: (Ride, ndr) Esatto, sì è una specie di firma che facciamo da qualche mese, quindi è apparsa solo su pochi pezzi in realtà. Di solito magari c’è una scena più complessa e in lontananza c’è questa “firma”.

Dopo aver fatto quel murale vi siete ritrovati coinvolti in quest’opera, la trascrizione dell’intero libro di Fontamara su un muro…
Ema Jons: È successo che abbiamo visto Andrea (“Alleg”, ndr) che era nel panico totale ed abbiamo deciso di dargli una mano, anche perché mi aveva parlato del lavoro e gli ho detto che secondo me spaccava e ci doveva credere e quindi aveva bisogno sia di un apporto tecnico sia di un apporto morale (o almeno credo, forse mi sto sopravvalutando). E ora diciamo che me ne sento abbastanza parte. Cosa mi lascerà non lo so, perché non so prevedere il futuro.
Sbrama: In un incontro a Bologna, Alleg ci ha parlato di questa sua idea, un po’ anche sfuggente, quasi come se fosse un’idea e non lo fosse, e noi siamo “saltati sulla sedia”. Quando abbiamo iniziato questo lavoro sembrava una cosa quasi impossibile, anche per quanto riguarda il modo. Personalmente la cosa che mi piace, che mi è piaciuta di più, perché siamo quasi alla fine, è sia il fatto di scoprire un libro in modo approfondito, in modo veramente diverso da come normalmente si legge, sia questa grande partecipazione: il fatto che un muro che apparentemente sembra solo un muro possa diventare un luogo in cui le persone si incontrano, aiutano, fanno le domande che fanno tutti ( se ci sta, se non ci sta, se la vernice resiste). Il fatto che ci sia una curiosità nei confronti di un’opera così dilatata nel tempo della sua realizzazione permette un interesse nei confronti di questo luogo in modo temporaneo a livello di esecuzione, perché anche se l’opera rimane, è sempre l’atto che è importante e che ti permette di vedere persone, di creare relazioni.

È la prima volta che fai una cosa del genere?
Ema Jons: Praticamente l’ultimo lavoro che abbiamo fatto doveva essere pure una cosa del genere, simile ma molto diversa. È singolare che ci fossero venute due idee diverse ma simili, senza essercelo mai detti, però la nostra idea era completamente diversa dallo scrivere un romanzo.
Sbrama: Sì. Casualmente, per un progetto che abbiamo appena finito, avevamo l’intenzione di scrivere tanto, idea che poi abbiamo abbandonato perché non avevamo bene in mente la forma che poteva prendere. Sarebbe stata una cosa completamente diversa, però comunque qualcosa si è scritto: in realtà giusto un mese fa stavo copiando frasi da un libro, però assolutamente in modo differente.

Una definizione di muro? E di quest’arte?
Ema Jons: No, non ce l’ho. Più che altro le definizioni in generale non mi interessano tanto e neanche mi interessa capire cos’è il muro per me.. forse dovrei iniziare ad interessarmi. (Ride, ndr)
Sbrama: Di sicuro quando mi ritrovo davanti ad un muro, lo vedo come un elemento con una sua personalità. Esistono muri veramente diversi e quando li dipingi te ne accorgi: lisci, con una forma strana, con una finestra, un cavo che ci passa. Anche la posizione è importante: magari vedi un muro cieco che dà su una piazza e  ti accorgi che fa parte di quella piazza e anche di quel panorama. Magari è una cosa che noi ci troviamo davanti tutti i giorni, ma che ci è anche un po’ imposta: le case stanno dentro e i muri stanno fuori, non fanno parte della vita privata delle persone, ma della vita pubblica. Intervenire su un muro vuol dire anche interagire con esso, c’è un dialogo: non è una tela, è un supporto per dipingere, ma non come una tela perché ha delle cose da seguire. Infatti quando fai un bozzetto spesso devi poi adattarlo al muro. È un intervento su un aspetto pubblico del panorama in cui metti una tua espressione. Ci sono anche i muri belli e a volte quando devo dipingerlo, a me viene un po’ lo scrupolo di coprire un bel muro che magari è già bello così, con intonaci lavorati dal tempo, pietre, e non serve intervenire per forza con un disegno (anche se sarebbe allettante come cosa) ma quel muro merita di esistere così com’è, parla da solo.

 

[per vedere le foto scattate dagli artisti, cliccare suul'immagine e poi aprire]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Sara Paneccasio


Parole chiave:

#sbramaeemajons

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