La canzone d’autore: un corpo nudo su cui mettere diversi vestiti - Intervista a Paolo Talanca in occasione del terzo incontro di Casa Rossetti
 
 
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      La canzone d’autore: un corpo nudo su cui mettere diversi vestiti

      Intervista a Paolo Talanca in occasione del terzo incontro di Casa Rossetti

      Lo scrittore Paolo Talanca (foto di Terenzio Ranalli)Il terzo degli incontri di “Casa Rossetti” ha avuto luogo, nella sala Pompeo Giannantonio, venerdì 1 dicembre, con la presentazione del primo “Canone dei cantautori italiani”, scritto da Paolo Talanca e abilmente presentato dal professor Gianni Oliva. Ecco cosa ci dice l’autore a riguardo.

      Ci spieghi meglio il significato del titolo del suo ultimo libro: perché “Il canone dei cantautori italiani”?

      Il “canone” vuole rappresentare, un po’ plasticamente, quella che è la raccolta dei migliori autori, non necessariamente i più bravi. Attraverso questa lista, si riesce a capire cos’è il genere “canzone d’autore”, un genere nato nella seconda metà del ‘900, ufficialmente nel 1958 con Domenico Modugno. Viene poi presentata una carrellata di nomi, divisi per epoche, che comprende 39 cantautori i quali, ognuno per una caratteristica particolare aiutano, nella loro complessità, a far capire perfettamente qual è la potenzialità del linguaggio “canzone d’autore”. Il canone è dunque la lista degli autori e di alcune loro opere (su cui mi soffermo maggiormente) che aiutano appunto a comprendere la forza del linguaggio espressivo di riferimento, dunque la canzone d’autore, precisamente la canzone d’autore letteraria.

      Solitamente, quando si parla di cantautori italiani, ci si riferisce ai “grandi”, quelli di un tempo ormai passato. Quali sono le differenze e i cambiamenti subiti dai cantautori in Italia, dagli anni ‘50 fino ad oggi?

      Diciamo che le epoche sono abbastanza chiare. Almeno, nel mio libro, cerco di essere il più limpido possibile. Dagli anni ‘50 fino agli anni ‘60/’70 il linguaggio si è stabilizzato. Parto da Domenico Modugno quando, a Sanremo, ha spezzato quell’immagine del programma con cantanti rigidi e impettiti, aprendo le braccia mentre cantava “nel blu dipinto di blu”. In quel momento tutti hanno cominciato a vedere la canzone come qualcosa di più di semplici parole messe più o meno a caso sopra una musica più o meno bella. In Italia eravamo abituati ad un tipo diverso di canto, più tenorile. Modugno non canta in modo tenorile, tanto è vero che la gente pensava non ne fosse capace. Comincia così a subentrare l’idea che ognuno possa cantare; si pensi a Battisti, che non aveva voce e non teneva bene le note. La canzone d’autore diventa espressiva, non più tenorile. Ma la canzone cambia davvero con la “scuola genovese”, che porta avanti questo modo di intenderla: Gino Paoli, Fabrizio De André, Luigi Tenco, Bruno Lauzi… molti, nella storia della canzone, sono stati sottovalutati, e credo che Lauzi sia uno di questi. Lui era un genio della canzone, un vero capostipite. Prima di tutto ciò c’era la canzone melensa, estremamente romantica. La scuola genovese arriva a gamba tesa in tutta questa romanticheria inutile, dicendo anche che l’amore non è sempre tutto perfetto: si canta così “l’altra parte” dell’amore. Esempio perfetto l’inizio di una canzone di Tenco: “mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”. Questo fu il primo “gruppo di persone” che ha saputo afferrare lo spirito della canzone francese (alquanto esistenzialista) e i ritmi provenienti da oltreoceano (ritmi americani che portarono altri tipi di scuola, come la ballata americana, a cui si legava anche Bob Dylan.). Da Modugno fino agli anni ‘70 si parla di quella che io chiamo “età grammaticale”, in cui il linguaggio si stabilizza. Chiamo il periodo della scuola genovese “età nova” della canzone: questo linguaggio nuovo che, nei temi, vuole scuotere e rivoluzionare. Denomino, invece, gli anni ‘70, “epoca aurea”, con Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Edoardo Bennato, Antonello Venditti… in seguito c’è stato un “periodo maturo dell’età grammaticale”; con Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Paolo Conte, Ivan Graziani, Rino Gaetano, Gianna Nannini, Franco Battiato, Pino Daniele, Claudio Baglioni… questi ultimi sono i cantautori che hanno portato il linguaggio della canzone d’autore, strutturalmente, a zone più alte rispetto a quello che avevano fatto i precedenti. Un altro dei più sottovalutati è il nostro conterraneo Ivan Graziani che, unico in Italia, univa la canzone d’autore, che serviva anche a dire cose importanti, al rock e al virtuosismo chitarristico. Ho individuato i tre cantautori più rappresentativi dei tre periodi che ho descritto. Fabrizio De André per l’età nova, non solo per il successo riscontrato, ma soprattutto perché era la rappresentazione della provocazione che la canzone d’autore voleva causare: De André era ascoltato di nascosto, parlava d’amore in maniera diretta. Per il periodo aureo Francesco Guccini, che credo che sia il cantautore più letterario, anche se tengo a dire che “letterario” non è una nota di merito, ma qualcosa di neutro. Letterario semplicemente perché affida maggiormente alle parole le qualità di una canzone ma, naturalmente, non totalmente. Per il periodo maturo ho preso come principale Francesco De Gregori. Poi la canzone d’autore ha cominciato a dover far conto con alcune esigenze del mercato: ci voleva una canzone più “d’impatto”: chiamo questa parte “età applicativa” (anni ‘80/’90), che inizia con Ivano Fossati e prosegue con Vasco Rossi, Sergio Caputo, Francesco Baccini, Samuele Bersani, Carmen Consoli, Niccolò Fabi, Vasco Brondi e altri. Questo è il momento in cui, soprattutto negli anni ‘80, la discografia chiude un po’ i rubinetti alla canzone d’autore. Ora, negli anni zero, cominciano a tornare, tramite internet e la possibilità di pubblicare liberamente, senza troppa ingerenza della discografia, le canzoni. La canzone d’autore può quindi, essere nuovamente chiamata per quella che è. Dell’ultima generazione possiamo citare Brunori, che è stato qui a Vasto l’aprile scorso, con un’intervista-concerto. Queste sono, in buona sostanza, le epoche. C’è stato quel periodo, negli anni ‘80/’90, in cui la canzone d’autore, se non era veicolata dal rock L'autore Paolo Talanca e il prof. Gianni Oliva (foto di Terenzio Ranalli)(Vasco Rossi, per esempio), non veniva ascoltata. È stato il caso della canzone più comica, vedi Baccini, o di alcune sonorità pop, come la scuola romana (Niccolò Fabi, Bersani o Carmen Consoli), che non andavano. Quel periodo è passato, secondo me. La canzone d’autore è quel corpo nudo su cui puoi mettere diversi vestiti, a seconda delle epoche.

      In questi tempi c’è un continuo alternarsi di “piccoli cantautori” in voga per un tempo più o meno breve, di cui poi non si sente più parlare. Secondo lei, perché perdono popolarità? Qual è la strada per arrivare ad un successo duraturo?

      La strada giusta è, sicuramente, essere autentici. Bada bene: non sinceri, ma autentici. C’è una differenza sostanziale. L’autenticità è quella che riguarda anche il “saper fare” dell’artista: autenticare un quadro vuol dire valorizzare le forme che gli ha saputo dare solo quell’artista. Se si segue la propria autenticità, portando avanti una poetica per uno, due, cinque dischi, difficilmente quella poetica scompare, essa può solo maturare e migliorare col tempo. Un esempio è Brunori, e di questo si è parlato l’anno scorso, sul palco. Per lo stesso motivo posso citare anche autori non ancora cinquantenni, come Niccolò Fabi, in cui succede proprio questo: ogni suo album è migliore del precedente. Purtroppo, oggi, molti intendono la canzone e questo tipo di veicolo moderno e mediatico, associandola al talent show, come X Factor, Amici. Quelle sono trasmissioni fatte apposta perché l’oggetto di riferimento che esce da quel talent non debba funzionare nel tempo, perché il settembre successivo deve ripartire una nuova stagione. Lì c’è un grande investimento iniziale per poi lasciare, loro malgrado, questi ragazzi a loro stessi.

      Lei è un professore di italiano. Come connette il suo lavoro alla musica?

      La canzone si presta benissimo a molti usi all’interno della scuola, sia nelle medie inferiori che superiori, nelle ore di antologia o di letteratura, per capire meglio anche il mondo che ci circonda. Per esempio, in antologia la canzone non è affatto un’”arte permalosa”, dunque permette benissimo, con un linguaggio molto vicino ai ragazzi (anche quello del rap, non solo con la canzone d’autore stricto sensu), di far capire alcuni aspetti, alcune angolazioni della contemporaneità. Dopo il premio Nobel a Bob Dylan non ci si può più nascondere: si deve trattare la canzone d’autore sotto il punto di vista estremamente letterario, studiando la poetica dei migliori cantautori, come Guccini, De André, per quanto mi riguarda, di quelli che ho inserito nel libro, perché c’è molto da capire, tramite la loro poetica, dell’età contemporanea. Viene automatico, quindi, inserire queste cose all’interno della letteratura che si insegna a scuola.

       

      Sara Della Gatta

      Valentina D’Aulerio


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