Gli incontri - "Ci sono storie che ci vengono incontro..."
 
 
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      Spataro Riflessioni 26/04 26/04

      Gli incontri

      "Ci sono storie che ci vengono incontro..."

      Ci sono storie che ci vengono incontro, a volte ci spostiamo di lato o ci chiniamo per schivarle, a volte non riusciamo ad evitare un contatto che per quanto leggero e per un tempo improvviso lasciano traccia di se come la piega sfuggita ad un meticoloso ferro da stiro; altre ci colgono in pieno mentre ce ne stiamo al sicuro sulle strisce pedonali della nostra esistenza ed allora caparbiamente cerchiamo un motivo, un perché, la ragione per quest’improvvisa, insolita ed inspiegabile sensazione che come il trillo di una sveglia mette in subbuglio la nostra anima assonnata.

      L’immagine del suo volto sorridente mi rimanda ad una foto di mia figlia. Uno scatto di qualche anno fa mentre prova un cappello di feltro verde in un negozio di Glasgow; osserva l’obiettivo di tre quarti divertita e compiaciuta. Entrambi gli scatti non rubano semplicemente quell’attimo spensierato, di più: colgono, in quella posa, il piacere, la gioia di una emozione tutta infantile. C’è l’attimo e tutto il tempo trascorso prima d’allora, c’è il movimento, l’azione e  non la semplice immagine, c’è la vita stessa. Questo è quello che provai quando la sua immagine apparve sullo schermo accompagnata dalla voce commossa del’inviata.

      Compresi che mi riguardava, non capivo come o perché; non ero stato lesto a scartare da un lato, non ero stato rapido a scostarmi. Quella foto mi aveva centrato il cuore, mi aveva colpito senza una vera ragione apparente. 

      Mia madre diede in affitto una stanza della nostra casa. La metà degli anni sessanta aveva da poco svoltato quando una coppia dall’aria leggermente stranita suonò il nostro campanello. Era maggio e loro tenevano ancora addosso il cappotto. Lo ricordo perfettamente corsi proprio io ad aprire con alle spalle l’ombra di mia madre. Restò per un attimo sorpresa prima d’invitarli ad entrare. Fu il signore a parlare con un tono educato e parole lente, misurate; cercavano una stanza per l’estate che stava per arrivare, la sua signora aveva bisogno di iodio, i suoi bronchi cercavano aria di mare da respirare.

      Mia madre chiese loro unicamente perché avevano suonato alla nostra porta, “Il caso ed il balcone di gerani” fu la loro risposta. Non affittavamo stanze; cosa la spinse ad offrire la sua camera non l’ho mai veramente saputo; non gliel’ho mai chiesto e neppure potrei farlo ora che non c’è più, forse perché furono misurati ed impacciati nella loro richiesta o semplicemente  perché lei si chiamava Amelia, come la mia nonna, ed aveva un sorriso a cui era impossibile offrire un rifiuto. 

      Arrivarono alla fine di giugno, l'estate allora non faceva ritardo ed il caldo era giusto. Li accompagnò il marito, il signor Antonio, che ripartì subito; non si fermò neppure a pranzo. La signora Amelia sistemo le sue cose sulle note felici che accompagnavano ogni suo movimento e sorpresa …. con lei due dei suoi quattro figli: Loredana e Gaetano. 

      Loredana aveva l’età di mia sorella, un anno meno dei miei quattordici, non mi sfuggirono i suoi incisivi leggermente scostati come quelli della Muti che allora passava imperturbabile nei cine e nei sogni di noi adolescenti; Gaetano detto “Gaetanino” perché ultimo e pestifero, era davvero simpatico, ne combinava sempre qualcuna, teneva allegra la compagnia, compresa mia madre che normalmente era severa a tavola, sulla sabbia umida che si riportava dal mare  incollata alle caviglie e sulle ore di sonno del  pomeriggio.

      Fu un’estate bellissima, finalmente con tante persone in casa, la mattina ci si rincorreva nei letti mentre la colazione fumava sul tavolo,  era l’estate che per anni avevo visto nei film. La gioventù sembrava mi passasse dentro e non accanto e poi quelle fossette unite agli incisivi svegliavano un timido ed impacciato adolescente. 

      Vivo ma, di tanto in tanto, mi accorgo che la vita di quella ragazza sorridente mi manca, come un dolore sordo riappare, la vedo muoversi indecisa tra le bancarelle di Breitscheidplatz alla ricerca di qualche piccolo dono da lasciare, in piena notte, sotto un albero ricco di luci che aspetta la sua stella cometa. Mi commuove pensando alla mia che in un’altra parte dell’Europa sta facendo altrettanto. Ogni volta che incrocio uno sguardo ritorna il suo di sorriso. 

      “La ragazza dispersa nel mercatino di Natale è una delle vittime, è abruzzese, di Sulmona …“ la voce amareggiata di una giornalista in uno scarno notiziario fa esplodere i miei pensieri. 

      Nelle domeniche, poi, si univano anche il signor Antonio con i suoi due figli maggiori: Comandino ed Angelo e mio padre. Sono state le domeniche più lunghe che io ricordi: liberi di essere liberi.

      Tornarono anche l’anno successivo, si cresceva, ma quel clima riapparve con loro dopo l’inverno; ora c’era chi sottolineava gli sguardi e gli inciampi dei miei anni, la mia timidezza che a fatica teneva a bada la solarità e la felicità di quel sorriso che si apriva su quegli incisivi bianchissimi.

      “Gaetanino” ravvivava i pomeriggi assolati con in suoi scherzi e la sua disubbidienza gioiosa, al mattino i bagni e la sabbia costruivano le nostre giornate spensierate.

      Durante l’inverno, una volta andammo a trovarli, un’allegria contagiosa apparecchiava una tavola che ci teneva a fatica e poi nel pomeriggio uscimmo da soli, noi quattro: io, mia sorella, Loredana e “Gaetanino”.

      Conobbi i luoghi che li tenevano durante l’inverno al riparo dai nostri ricordi estivi, lei mi fece vedere i suoi pomeriggi che non conoscevo, i luoghi dove avrei potuto immaginarla dal mare: piazza Ovidio e la sua nuova scuola vicino alla Cattedrale di San Panfilo, mangiammo ridendo e mi regalò dei confetti. .

      La ricordo ancora quella domenica dentro al mio vestito nuovo a righine.

      Quando penso a Sulmona penso a loro, penso a me, a quegli strani incroci che ti vengono incontro in cui non sai quale verso imboccare, mai veramente pronto, se prendere o lasciare.

      Dentro ad un vagone su un binario mai percorso vedi un treno partire verso un’altra direzione, provi ad immaginare come sarebbe stata la tua vita se avesse preso un altro senso di marcia. 

      Crescemmo senza fare mai scelte, le visite furono sostituite dalle telefonate, poi le cartoline d’auguri presero il posto delle parole ed infine i ricordi dei giorni, dei mesi e degli anni. La pigrizia ha alleati in ogni angolo ed il silenzio è la sua voce, gli incontri hanno la velocità delle promesse mancate ed infine tutto va, naturalmente va e sembra non conoscere la via del dei ritorni, ma poi …. chissà?

      Loredana continuò gli studi, vive a l’’Aquila, sposata ha due figli, l’ho pensata impaurita sotto le scosse dell’aprile 2009, “Gaetanino” lavora alle poste e spero racconti a qualche bambino “iperattivo” di quand’era poco meno di un ragazzo e di quelle estati al mare.  

      Se c’incontrassimo non ci riconosceremmo solo le vite vissute, che restano vive nei ricordi, permettono incontri e i riabbracci. 

      La notizia fu confermata, il cellulare trovato sul posto e la prova del DNA non lasciano dubbi. La ragazza italiana, ha 31 anni si chiama Fabrizia Di Lorenzo, una figlia dell’Erasmus la chiamano, i figli di noi viaggiatori immaginari, i nostri figli viaggiatori.  

      Il suo cognome è lo stesso dei miei ricordi, una triste notizia smette di essere tale e diventa un pugno, torna il dolore cupo che scavava un presentimento, penso a quanto ci rendono fragili i figli, intimoriti della vita e dei suoi oscuri risvolti, si smette di soffrire per noi.

      “Il papà Gaetano ha accolto la salma all’aeroporto di Ciampino”

      “Il funerale verrà celebrato nella cattedrale di San Panfilo”

      Mi tengo questo dolore sordo, la sofferenza non si manifesta resta dentro a covare l’impossibile. Non andrò a nessun funerale, troppe luci.
      Mi piace solo pensare che le persone non vanno via, a nostra insaputa abitano luoghi che non hanno mai sfiorato o conosciuto, abitano case a cui non hanno mai bussato, case intime, nascoste; diventano chiavi di mille serrature invisibili.

      Prof. Savino Bucci
      I.T.E. Casalbordino


      Parole chiave:

      incontri

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